Gli Americani ci copiano, applicano il VAR… e se ne pentono

La scorsa settimana è accaduto un fatto che merita una riflessione.

In America, patria della tecnologia e del futuro, una solerte giudice la sig.ra Barbara Borden insieme ad altri due, uomini, ha cambiato l’ordine di arrivo del Kentucky Derby (ippica) dopo aver rivisto il filmato della corsa al VAR.

In questo caso non si è trattato di stabilire un fatto geografico (come nel tennis, o nel calcio per il fuorigioco) ma l’entità e l’effetto di un contatto fra animali lanciati a 70 Km all’ora; più o meno come abbiamo visto nel calcio nostrano per mille e mille falli fischiati o non fischiati.

Inevitabilmente la polemica è scoppiata a livello continentale.

Anche il Presidente Trump si è scagliato contro la giudice e un po’ tutti in Inghilterra (patria dell’ippica ancor più che del calcio) sono inorriditi per quella decisione.

Tenete presente, coloro che si interessano poco di ippica, che non era una corsa qualsiasi; il premio per il vincitore supera il milione di dollari, è la prima corsa di tre che, se vengono vinte dal solito cavallo, lo incoronano “super” e ne garantiscono monte riproduttrici milionarie per almeno un decennio.

In più il cavallo addirittura squalificato era fino a l’altro ieri imbattuto. Non era mai successo se non nel 1968 con un cavallo rivelatosi esageratamente dopato.

Una decisione da milioni di dollari insomma, molto più che per una finale di campionato del mondo.

Quella corsa è l’equivalente del Super bowl. Immaginate che gli spettatori paganti sono mediamente 150.000, per non dire dei milioni che la guardano in tv, smart phones etc.

Questo fa propendere per esaltare il coraggio della sig.ra Borden e di tutto il collegio che presiedeva, ma evidenzia, in uno sport diverso dal calcio, i limiti evidenti dell’analisi televisiva del gesto agonistico.

Il cavallo in questione ha deviato dalla sua linea di corsa, a traguardo ancora lontano, sotto la foga dello sprint ed anche a causa del fondo acquitrinoso avrebbe impedito agli altri di correre liberamente e dunque vincere causando interferenze agli altri.

Ora, premesso e considerato che, per quanto guidati dagli umani, i cavalli sono animali da fuga e comprendono bene ( per acclarata e concorde scienza etologica equina) la voglia e la volontà di correre ed essere primi, risulta talvolta molto difficile se non impossibile amministrare le regole umane con la normale energia che, per loro natura, riescono a far esplodere in gara .

Dunque il fallo ed il fatto oggettivo può esserci stato, ma averlo punito come si trattasse della linea di una metropolitana, è stato negare l’evidenza dello sforzo agonistico e mortificare la bellezza del gesto atletico.
Come nel Calcio, molto similmente. Più o meno come per tanti falli di mano che hanno portato al calcio di rigore in questo campionato e che rischiano di trasformare in futuro i difensori in tanti pinguini con le braccia legate dietro la schiena per paura di sanzioni figlie della tv ma non dell’agonismo.

Saremo fuori dal coro ma riteniamo che una giusta riflessione debba essere fatta.

Il pubblico ha gradito il VAR e quindi il VAR è di diritto nel gioco del calcio, il giudizio appare ad oggi definitivo.

Sta a chi lo deve applicare ricordarsi che la Tv deve aiutare e non prevaricare.

Per fare questo, oltre a regole chiare, servono Arbitri sereni e preparati, guidati con coerenza e trasparenza.

Di tutto ciò, quest’anno, noi abbiamo visto tanta voglia di prepararsi da parte degli arbitri e tanti tentativi di coerenza da parte del designatore, ma in realtà nessun provvedimento applicativo concreto è stato mai preso in considerazione. Durante tutta la stagione si è assistito ad una inutile guerra di logoramento sull’argomento che non ha portato a nessun risultato positivo.

È il momento di pensare a cambiare, di evitare che si perdano ulteriori 5.000 arbitri come è accaduto negli ultimi anni.

Invece sembra tutto immobile, impermeabile alla realtà. E paradossalmente questo ben presto sarà la leva più potente per un radicale cambiamento ed una vera e necessaria rivoluzione mentale e culturale anche per l’AIA per la quale ormai il tempo è maturo.

Cristina Parnetti, Presidente di Kintsugi

info@kintsugi.associates
 

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