Gli Arbitri Professionisti, il reddito di cittadinanza, le sirene cinesi; cerchiamo di fare un po’ di chiarezza

In questi giorni assistiamo ad un rincorrersi di notizie (è la stagione tipica…) circa il futuro della classe arbitrale italiana con speciale riguardo a quella di vertice.

Non è una grande annata per l’AIA e per chi la rappresenta, e, no nell’affare Gavillucci, si domanda con Di Caro “dov’è finita la nostra scuola?” vuol dire che il vaso è ben più che colmo.

Indubbiamente c’è una involuzione tecnica ma non è solo quello; o meglio non è principalmente quello.

Il problema, come accenna lo stesso Di Caro, viene da lontano.

Viene dalla perdita di quivella entità solo associata che, negli arbitri di vertice, si è fatta sempre più marcata negli ultimi anni.

E, badate bene, non è solo colpa dei diretti interessati.

Gli arbitri di vertice sono sempre più impegnati al 100% nell’attività al punto che oramai tutti “campano di AIA”.

Difficile però comprendere se e quale strategia sta attuando il capo supremo dell’AIA ed i suoi “discepoli”.

Chi era a Coverciano mesi fa riferisce di aver sentito la frase “ragazzi trovatevi un lavoro”; frase che ha generato più commiserazione che sconcerto, poi successivamente l’oratore è divenuto un paladino di alternative economiche per gli arbitri di fine carriera.

Gli abbandoni di Tagliavento e c. fanno male ad una associazione che si liofilizza sempre più (i numeri veri sono più misteriosi del bilancio di un paradiso fiscale ma voci di corridoio di via Campania assicurano che da tempo si è scesi sotto la soglia psicologica di 30.000 associati) e dunque bisogna correre ai ripari.

Ecco quindi le idee, palesate anche in una scorsa commissione governativa, di creare una sorta di “gruppo var”, per giovani pensionati non più in grado di correre dietro a Ronaldo e compagnia, oppure di fornire ai dismessi un “sussidio” di fine carriera di un paio di anni.

Di nuovo però si dimostra la poca dimestichezza con le realtà fiscali ed anche con lo stato dell’arte in relazione alla qualifica e allo status di arbitro.

Tale argomento farà nuovamente parte, peraltro, della seconda parte del convegno che si terrà il 3 luglio come proseguimento sul fair play, organizzato dal comune di Castiglion Fiorentino e Kintsugi.

Come si può infatti conciliare un plus reddito a soggetti che non hanno un rapporto di lavoro subordinato con chicchessia?

Dovremmo ammettere forse che quello fra arbitri delle leghe professioniste e la Figc è un vero e proprio rapporto di lavoro subordinato spacciato per un istituto che sopravvive solo in questo ambito (il CO.CO.CO. di Berlusconiana memoria sepolto da mille leggi successive)?…

No! Non è qui il punto! O per lo meno non solo qui.

Oramai bisogna ripensare a rifondare l’associazione dalla BASE.

Proviamo a mettere in campo qualche proposta (non nuova ma vediamo se “repetita juvant”).

Le sezioni hanno, ad oggi, il codice fiscale quindi sono soggetti, in qualche modo, distaccati dal vertice dell’associazione, una autonomia non ben definita, quasi solo accennata e di cui nessuno ha grande cognizione.

Cominciamo con il valorizzare questa autonomia.

Cominciamo con il verificare puntualmente (ci sono già i dati sui bilanci sociali Figc) i rapporti consistenza arbitrale-densità di squadre e campionati ed iniziamo a progettare rimodulazioni della forza arbitrale in ragione delle vere esigenze.

Avremo una selezione preventiva (oggi troppe sezioni sono pletoriche ai soli fini elettorali) mentre il concetto di qualità nella quantità è defunto da anni.

Contestualmente risulterà vitale l’istituzione di corsi per dirigenti arbitrali che portino alla proposizione di candidati presidenti con idonee caratteristiche proprie e non solo “dotati di tempo a disposizione”.

Anche la dislocazione territoriale delle sezioni dovrà essere ripensata in una ottica di penetrazione nel territorio che non è più vincolata alla sola presenza fisica.

In questa ottica rivoluzionaria e, finalmente, modernizzatrice si innesterà quasi naturalmente il riconoscimento di incentivi (anche economici ma non solo) alle sezioni ed alle regioni che abbiamo poi prodotto meglio in fatto di “allievi arbitri”.

Postulato che finisca questa “corsa all’arbitro sempre più giovane” si dovrà pensare a forme di protezione della carriera extrasportiva dell’arbitro che, grazie alle proprie capacità ed alla propria applicazione, emerga dalle categorie regionali per approdare a quelle nazionali.
Da anni si parla di mantenimento o abolizione della categoria “scambi”.

Oggi è un viatico importante per aumentare le promozioni dai ruoli regionali e “accontentare” più sezioni possibili; tecnicamente il suo ruolo non è trascurabile ma potrebbe essere superato.

Il passare direttamente dai ruoli regionali ai ruoli serie D potrebbe liberare risorse a tutto vantaggio di percorsi universitari o scolastici confacenti con la carriera arbitrale.

Presupponendo che il ruolo CAN D mantenga l’attuale organico intorno alle 200 unità per quattro anni non dovrebbe essere difficile coordinare percorsi istruttivi o di avviamento al lavoro per giovani aventi dai 22 ai 26 anni in modo che coloro che non dovessero essere ulteriormente promossi potessero beneficiare di diplomi o riconoscimenti da poter utilizzare poi nel mondo del lavoro.

Per i promossi alla serie superiore la compagnia atleti (si parla di giovani dai 24 ai 28 anni) appare la collocazione naturale.

Il raggiungimento di questi livelli dovrebbe accompagnarsi al riconoscimento (non solo economico) di una sorta di premio preparazione per le sezioni e le regioni che avessero “prodotto” tali atleti.

L’approdare alle serie maggiori (A e B) finirebbe quindi con lo sposarsi con una vera e propria attività a tempo pieno riconosciuta e non sottaciuta come è oggi.

L’Arbitro/atleta – diplomato, forgiato dalla compagnia atleti, avrebbe tutte le possibilità (a 30 anni o poco più quindi al momento giusto della sua vita) di scegliere se mantenere o meno una occupazione collaterale a quella arbitrale (per la quale godere di particolari situazioni giuridiche come giorni di ferie aggiuntive non retribuite o vere e proprie forme di distacco sul modello dei rappresentanti sindacali).

Il suo apice agonistico dovrebbe venir fatto coincidere con ulteriori riconoscimenti alla scuola che lo ha forgiato (sezionale e regionale) e gli consentirebbe di vivere la sua attività agonistica senza pensare “al domani” e quindi con ansie via via crescenti.

Il vivere il dopo agonismo con serenità preventiva dovrebbe limitare molto la perdita degli elementi più validi così come è accaduto in epoca recente ed accrescere quindi il valore dell’associazione tutta attraverso l’aumento del valore aggiunto costituito dell’esperienza di ciascuno.

Se poi, il valore eccezionale del singolo, portasse a riconoscimenti extra associativi come è il caso paventato di Rizzoli in Cina, crediamo che dovrebbe essere giusto creare un vincolo associativo che porti il singolo a dover riconoscere personalmente “un quid” a vantaggio di quella organizzazione dalla quale è partito e che, con la sua organizzazione, gli ha consentito di raggiungere vette così economicamente impensabili.

Non si creda che questa idea sia irrealizzabile.

Esiste già, laddove nel regolamento si parla del 10% che deve andare all’associazione per ogni provento personale che un associato possa trarre da attività connesse (il riferimento era ad attività pubblicitaria).

Mai argomento fu tanto dimenticato.

Ah! A proposito di dimenticanze, tutto l’impianto sopra pensato presuppone il riconoscimento definitivo dell’AIA come soggetto di diritto privato (magari inserito in una delle figure create dal perfezionando codice del terzo settore) e definitivo riconoscimento di un rapporto contrattuale chiaro con Lega e Figc.

E presuppone pure un nuovo conduttore, un’aria nuova ed un meccanismo adeguato alle esigenze ormai improcrastinabili.

Sappiamo che inesorabilmente accadrà…

Il direttore Fabio Bray
direttore@kintsugi.associates

 

Redazione Kintsugi

 

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